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Savoca: oltre “Il Padrino” un borgo che sfida i secoli

Chiesa di San Nicolò (Ludvig14 -Wikimedia Commons)

Si può arrivare a Savoca come fanno tanti da tutto il mondo, spinti dalla magia del cinema, andando a sedere ai tavolini del Bar Vitelli sulle tracce di Michael Corleone che qui, nel capolavoro “Il Padrino” di Francis Ford Coppola, chiede la mano di Apollonia al padre. Oppure, andando oltre il turismo mainstream fatto di magliette con il volto di Don Vito Corleone e discutibili citazioni sulla mafia, si può raggiungere questo borgo sulle colline della Val d’Agrò che sovrastano la riviera jonica messinese e scoprire perchè è stato incluso fra i Borghi più belli d’Italia.

Perché da Savoca non è passato solo il cinema, ma anche la Storia. Le origini del borgo risalgono infatti, secondo diverse fonti, al 1134, quando il re Ruggero II costituì una baronia sotto il controllo dell’Archimandrita di Messina. Prima ancora, si pensa (ma potrebbe trattarsi di una leggenda) che fosse abitata dai “Pentefur”, una comunità la cui origine è incerta che costruirono una fortezza poi riadattata dagli Arabi e riedificata da Ruggero II. Il borgo era provvisto di una cinta muraria con due porte d’ingresso, e ospitata persino una comunità ebraica la cui presenza, durata fino al 1492, è testimoniata dai resti di una sinagoga.


Il Medioevo a Savoca parla soprattutto attraverso le chiese: a partire dalla Chiesa di San Nicolò (da molti erroneamente identificata come Santa Lucia per la presenza di una statua argentea della Santa), edificata nel XII secolo e anch’essa scelta da Coppola come location de Il Padrino per la scena del matrimonio di Michael Corleone e Apollonia. La chiesa, posta sul ciglio di un dirupo e ornata da merli, appare quasi più come una fortezza che come un edificio religioso. Al suo interno, oltre alla preziosa statua, da citare una tavola trecentesca raffigurante San Michele Arcangelo.

La Chiesa Madre (Santa Maria in Cielo Assunta) è invece l’edificio religioso storicamente più importante di Savoca. Classificata come Monumento Nazionale Italiano sin dal 1910, sorge nel cuore del centro storico, appena sotto i ruderi del Castello,.

Edificata dai Normanni nel 1130, la struttura che vediamo oggi, di impianto a tre navate, è frutto di una profonda ristrutturazione del XV e XVI secolo. L’architettura è un libro aperto: si nota il portale rinascimentale in pietra arenaria, ma l’impianto a tre navate tradisce l’origine medievale. La chiesa fungeva da cattedra per l’Archimandrita di Messina, di cui conserva ancora all’interno la sedia vescovile in legno.

Chiesa Madre Santa Maria in Cielo Assunta a Savoca
Chiesa Madre Santa Maria in Cielo Assunta (Di Ludvig14 – Opera propria, CC BY-SA 4.0)

Ma il dettaglio più interessante per chi ama scavare nel passato si trova, letteralmente, sotto i piedi. Nel sottosuolo della chiesa si nasconde il putridarium (o colatoio): si tratta della stanza in cui veniva praticata l’antica arte della mummificazione siciliana. Qui i corpi dei notabili venivano lasciati a “scolare” i liquidi e a essiccare naturalmente prima di essere vestiti ed esposti nella cripta dei Cappuccini.

E proprio le mummie delle catacombe del convento dei Cappuccini costituiscono una delle attrazioni più note (e macabre) di Savoca: 37 corpi mummificati, esposti in nicchie verticali all’interno di una sala ampliata appositamente nel XVIII secolo. Baroni, abati, avvocati, notai e letterati, la créme della società savocese fra il ‘700 e la seconda metà dell’800, vestiti non con anonimi sudari ma con gli abiti migliori dell’epoca: uno scorcio, seppure un po’ inquietante per qualcuno, sulla moda e la società di quei secoli oltre che sulla pratica della mummificazione, ufficialmente vietata nel 1876.

C’è molto altro, fra chiese duecentesche e resti dei palazzi del potere, fino a una finestra con una bifora del XV secolo: un giro a Savoca è un tuffo nel Medioevo siciliano, da concludere, a quel punto si, con una visitina al Bar Vitelli, ospitato, peraltro, nell’antico Palazzo Trimarchi.